Da adulti non è più tempo di amici immaginari. Spesso viviamo le giornate in solitudine e se mentre da bambini, giocare da soli dando ai propri giocattoli un nome diventa un’abitudine, gestire la solitudine da adulti è un problema. Sentirsi soli e non amati non fa bene al cuore, ma non solo in senso figurato. Molti studi scientifici dimostrano che la solitudine e la mancanza di sostegno sociale si ripercuotono negativamente sulla nostra salute, provocando ad esempio malattie cardiovascolari, obesità e tutte le complicanze che possono derivarne.

In un articolo pubblicato su Policy Insights from the Behavioral and Brain Sciences, gli autori concludono che dovremmo classificare solitudine, disagio coniugale e mancanza di sostegno sociale sotto un unico “ombrello” che potremmo chiamare minacce al senso di appartenenza, dopo aver esaminato diverse forme di isolamento sociale e aver trovato modelli comuni di malattia. Questa categorizzazione si può rivelare utile per prevenire e trattare alcuni problemi di salute comuni, in particolare:

  • L’abbassamento delle difese immunitarie, infatti lo stress indebolisce il sistema immunitario, rendendo più difficile combattere le infezioni. La recensione degli autori rileva che le minacce al senso di appartenenza influenzano negativamente anche il funzionamento immunitario. Ad esempio, le donne divorziate tendono ad avere una maggiore ricorrenza di virus dormienti nel sangue, come l’herpesvirus, e le persone sole hanno mostrato un’infiammazione maggiore rispetto a persone che non si sentono sole.

 

  • L’aumento di peso, a causa della scarsa attenzione per una corretta alimentazione ed esercizio fisico. I cibi che desideriamo quando ci sentiamo giù o stressati tendono ad essere ricchi di zuccheri, sale e grassi e sono quindi dannosi per la salute in generale e per quella cardiovascolare in particolare. Ma sembra esserci anche una relazione tra minacce al senso di appartenenza e ormoni che modulano il nostro modo di mangiare: lo stress interpersonale è correlato a livelli alterati di ormoni che regolano l’appetito (con un aumento dei livelli di un ormone che stimola l’appetito), mentre altri tipi di stress non lo erano.

 

La solitudine fa male insomma come l’alcol, il fumo e l‘obesità, come afferma un altro studio della Brigham Young University che mette in evidenza gli effetti negativi dell’isolamento sociale (inteso come scarsità di relazioni familiari, professionali e sociali) sulla salute fisica. Prendendo in esame anche gli studi precedentemente effettuati, i ricercatori hanno estrapolato dati di mortalità inerenti ad un arco di tempo di circa sette anni, mettendoli in relazione con le informazioni  sui rapporti sociali dei soggetti presi in esame.

Dal punto di vista evolutivo tutto questo ha un senso: l’individuo isolato e senza relazioni sociali vivrebbe in una sorta di allerta permanente, uno stato fisiologico utile a preparare una eventuale “fuga” in assenza di compagni che possano dare l’allarme, ma che diventa a lungo andare una condizione di stress per l’organismo.  Chi soffre di solitudine inoltre non avendo il supporto morale o il calore di amici e parenti, è più predisposto a risentire degli effetti dello stress, aumentandone la possibilità di soffrire di disturbi cardiaci. Elevati livelli di ormoni dello stress fanno sì che nel cuore si accumuli il colesterolo. L’uomo, insomma, è come diceva il filosofo Aristotele un animale sociale anche da un punto di vista fisiologico.

La solitudine ci uccide? Forse non proprio, ma di sicuro ci accorcia la vita.